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Home > La Storia > L'Era Teocratica - Capitolo I 
'Era Teocratica

apitolo I
Il Cataclisma Divino

Ricordo quel giorno. Sette volte la volta celeste ha ruotato, muovendo le rune luminose del cielo nelle limpide notti d'estate, ma io ricordo quel giorno come se il cielo mai si fosse mosso.
I segni, avremmo dovuto capire, il presagio inascoltato fece giungere il punto di non ritorno.
Le divinità erano un credo, l'immagine dipinta di un simbolo sotto il quale i popoli si univano e si scontravano, erano un'idea, vi si credeva perché ci veniva raccontata la loro esistenza da coloro che affermavano di averle viste o di aver vissuto esperienze che ne confermavano l'esistenza. Vi si credeva per tradizione, perché così eravamo educati a fare, perché ognuno di noi, in cuor suo, celava il segreto bisogno di dipingere un'icona alla quale accollare l'onere delle proprie scelte, un simbolo immenso, un potere divino che potesse infonderci sicurezza, che potesse farci immaginare di non essere soli mentre calcavamo i passi sulle nostre terre.
Ma l'abitudine uccise il sentire profondo.
I riti erano una formalità da assolvere, poiché non farlo ci avrebbe resi prede del giudizio dei nostri fratelli, eppure, anche loro, ognuno lo sapeva e nessuno voleva ammetterlo, vivevano il culto con la medesima arida formalità. Pochi erano coloro che sentivano la presenza divina nel cuore.
Dov'erano queste divinità che avrebbero dovuto guidarci? Dov'erano quando necessitavamo di risposte, di conforto, di aiuto, di sicurezza?
Stolti. Come potevamo pretendere di avere il favore delle divinità se noi stessi non tenevamo in cuor nostro rispetto e riconoscenza per esse?
Perché non i nostri riti esse osservavano, ma quale cuore movesse le nostre azioni nel rispetto del culto. La devozione era priva di sostanza, vuota come il senso di ogni nostro gesto mosso in favore del potere divino.
Ed il potere divino giunse a manifestarsi.
Ricordo i segni. Ricordo come la terra che ci ospitava cominciò a ribellarsi, ricordo che nei giorni antecedenti al cataclisma molti segni ci furono concessi e noi avemmo anche il coraggio di meravigliarci e domandarci cosa mai stesse accadendo.
Cechi, fino all'ultimo istante.
Nemmeno il sacerdote del Culto riuscì a comprendere cosa stesse accadendo, prima del punto di non ritorno. Nemmeno coloro i quali avrebbero dovuto guidare le nostre azioni e risvegliarci dal nostro torpore, compresero.
Ricordo quando giunse.
L'inquietudine ci accompagnava ormai da giorni ed ogni risveglio non era sereno, minacciato dalla preoccupazione per il mistero di quegli accadimenti.
Così fu anche il risveglio di quel giorno. Eppure il cielo era limpido, il vento era silenzioso e tutto pareva immobile.
Ricordo che ogni gesto, la mattina, sembrò essere mosso con una lentezza innaturale, come se l'aria venisse aspirata dagli angoli vuoti delle nostre abitazioni per privarci del respiro, così lentamente che non potessimo rendercene conto, e il corpo lentamente si spegnesse.
Vidi la gente, per le strade, muoversi con passo stanco verso i campi o le botteghe e ricordo che ebbi l'impressione che fossero marionette stanche del loro recitare.
Ignoro cosa fece risvegliare il Re ed il Sacerdote, cosa li portò a comprendere e li spinse a fare ciò che mi permise di sopravvivere.
Ricordo che l'allarme giunse come un tuono. Da ogni dove sentii giungere il fragore della veloce corsa metallica dei soldati e udii gli ufficiali urlare ordini e direttive con una rapidità che stordiva i pensieri. Sentii sbattere le porte delle case e delle botteghe, una dopo l'altra.
Gli sguardi spenti della gente lasciavano intravedere una lentezza nel comprendere che spesso faceva si che venisse trascinata fuori dalle case come se si fosse trattato di pupazzi di paglia.
Sentii i soldati giungere alla mia porta, aprii prima che lo facessero loro. Dissero che dovevo seguirli immediatamente senza fare domande, che ne andava della mia vita e che non c'era tempo per prendere le mie cose o fare altro. Mi presero per un braccio e mi trascinarono fuori.
Dopo pochi minuti mi ritrovai in una piazza non lontana, tra sguardi impauriti ed interrogativi. Alcuni azzardavano ipotesi, i più, invece, restavano in silenzio, guardandosi intorno, a volte con frenesia, a volte con una lentezza innaturale.
Io restai in silenzio, se qualcosa stava per accadere lo avremmo scoperto a breve.
Giunsero degli ufficiali con soldati a seguito e ordinarono alla folla intera di seguirli fino al tempio. Mi incamminai con l'intera folla accerchiata da soldati che controllavano che nessuno tentasse la fuga.
Giunti al Tempio fummo obbligati ad accalcarci all'interno e mi sentii schiacciato tra i corpi che premevano per entrare.
Perché questa urgenza di entrare nel Tempio?
Un'invasione forse, pensavo ignaro. Eppure che senso aveva rifugiarsi nel tempio, non era certo il luogo più fortificato della città e non forniva sufficiente protezione strategica.
Riuscii a farmi spazio tra la folla e a giungere sufficientemente vicino all'altare. Pareva che tutti osservassero in quella direzione attendendo qualcosa.
Vidi entrare il Re, seguito dal Sommo Sacerdote. Ricordo ancora le sue parole.
"Cittadini, fratelli, sorelle, figli e figlie del regno, ci troviamo a fronteggiare un grande pericolo, una minaccia che nessun esercito e nessuna stregoneria potrebbero contrastare. Non ho il tempo di spiegarvi cosa esattamente stia per accadere, ma vi prego di avere fiducia nelle mie parole.
Noi, qui riuniti, dobbiamo pregare. Dobbiamo pregare dal profondo del cuore affinché le divinità perdonino le nostre mancanze, affinché ci perdonino per non aver reso loro omaggio come avremmo dovuto dopo che loro hanno permesso a noi ed al regno di vivere e prosperare.
Le nostre preghiere sono state vuote, i nostri riti privi di significato profondo, noi abbiamo voltato le spalle a chi ci ha guidati e protetti senza che noi ce ne rendessimo conto, credendo di aver agito sempre e solo con le nostre forze, credendo di avere il merito di ogni successo, di ogni conquista, per ogni inverno superato, per ogni giorno di vita!
Pregate, fratelli, pregate, qualsiasi cosa accada, pregate profondamente affinché le divinità ci risparmino e ci ritengano degni di servirle e di far parte del regno che loro ci hanno donato!
Chi non lo farà, chi non pregherà per il favore divino, chi è fuggito, chi non crede, chi non sarà qui nel tempio nel momento in cui la collera divina si manifesterà, è destinato a certa morte!
Preghiamo, fratelli, adesso, guidati dal sommo sacerdote".
E pregammo, impauriti, pregammo senza sapere nemmeno perché, ancora intontiti, ci unimmo in un gesto di preghiera profondo, a lungo.
Non ricordo quanto tempo passò, non lo ricordo perché per la prima volta qualcosa si era mosso in tutte le persone presenti, lo percepivo come facente parte di un essere unico e l'estasi mistica si impadronì del senso del tempo e dello spazio, finché non fui ridestato dalla percezione di un grande boato.
Sentii la terra tremare mentre il cielo annunciava suoni che mai avevo udito prima di allora.
Ricordo che il Sommo Sacerdote ci invitò a restare concentrati, così non mossi nemmeno lo sguardo, eppure udii. Udii il rumore del pavimento sventrarsi e percepii il calore del sangue infuocato della terra.
Ma pareva che nulla potesse ferirmi, percepivo intorno a me il potere di un'aura mistica, il gesto di protezione di un essere superiore che aveva accolto la mia preghiera. E vidi la terra gemere, urlando fuoco dalle ferite, piangendo fiamme lanciate nel cielo, frammenti infuocati del suo corpo che ricadevano ovunque.
Sentii le urla di coloro i quali non erano riusciti ad arrivare al tempio prima che la terra aprisse il suo ventre.
Restai concentrato, cercando di allontanare dalla mia mente le immagini di morte che dovevano circondare le mura del tempio.
E tutto si tinse del colore del fuoco e vidi il tempio crollare e percepii la mia vista annebbiarsi, per l'estasi mistica e per l'insostenibilità dell'infuocato urlo di dolore della terra sotto ed intorno a me, il cui eco nel cielo sovrastava ogni mia sensazione.
Persi i sensi.
Ricordo che mi risvegliai sdraiato su un pavimento di polvere e pietre nere, bruciate.
Vicino a me altri cominciavano a ridestarsi. Intorno a noi l'orizzonte e prima di esso pietre e polvere, macerie un tempo case, un tempo strade, un tempo la nostra città.
Nessun corpo. Sopravvissuti e polvere, eravamo l'uno o l'altro. Eravamo coloro i quali avrebbero accettato la legge divina e coloro i quali, contrastandola nell'ultimo atto, erano periti nella loro cecità, bruciati dalle loro stesse convinzioni.
Così pensavo.
Tutto era distrutto, ma la nostra fede era ricostruita e la sua rinascita ci avrebbe guidati nella ricostruzione di un nuovo mondo che fosse più simile alla nostra profonda comprensione, che somigliasse di più al nostro credo.

Quante speranze. Le città furono ricostruite, con magnificenza maggiore di quanta mai ce ne fosse stata, i regni rinacquero.
Ma fu vera fede a guidarci? Con la saggezza del tempo trascorso e dell'esperienza acquisita apro i miei occhi e vedo mura elevate che sembrano chiudere invece che proteggere. Vedo templi eretti in nome di divinità che ci permisero di sopravvivere solo perché chinammo la testa davanti alla paura.
Io metto in dubbio il credo che mi ha guidato in questi anni, incerto su quanto ci sia di giusto e puro.
Il mondo è ora diviso, spezzato in due metà distinte, da uno squarcio nel ventre.
Ho vissuto fino ad ora nella metà superiore, là dove risiedono le capitali delle Razze.
Sono un cittadino della terra dei Regni Teocratici.
Vivo in una città governata da un sovrano che si proclama servo della divinità che venera. E noi tutti siamo servi del credo. Abbiamo barattato la vera libertà in favore della sicurezza di queste mura, offriamo ogni nostro gesto al credo e assoggettiamo ad esso ogni nostra scelta. Ho creduto per anni che questa fosse l'unica vera via, che la devozione alle divinità fosse cosa giusta e buona.
Oggi riscopro in me la traccia di un sentimento eretico. Oggi comincio a sentire che potrebbe esserci verità nella ricerca degli eretici. Gli invisibili, la setta dell'ombra, coloro che tramano contro il potere delle divinità, coloro che credono che esse possano esistere solo grazie a noi e non il contrario, come il credo afferma.
Non credevo che avrei mai scritto tali parole.
Se qualcuno dovesse leggerle io sarei accusato di eresia e, nella migliore delle ipotesi, esiliato nella metà inferiore del mondo. Là dove le regole hanno lasciato spazio al caos, là dove la sicurezza è stata sopraffatta dal pericolo, là dove si nascondono, tra mille folli, i seguaci del credo eretico.
Chi siano questi uomini, non mi è dato sapere.
Cosa sia il Fuoco della Conoscenza, che bramano come scopo della loro ricerca e simbolo della loro esistenza, lo ignoro.
Forse il mio equilibrio vacillerà in modo irrimediabile. Presto potrei non essere più in grado di nascondere i miei sentimenti. Prego allora che siano gli uomini della setta a trovarmi prima che mi trovino le spie del governo teocratico.
Ancora non so quale potrà essere la mia scelta, se mai avrò l'occasione di poterne fare una. Prego, non so chi o cosa, forse solo me stesso, di non diventare uno di quegli esseri più simili a bestie che ad esseri civili che abitano la zona proibita al di sotto della grande spaccatura. Spero ardentemente di poter trovare il senso della libertà e della verità, motivo così intenso di desiderio e tribolazione, sia essa da cercarsi negli dei o in noi stessi.
Lascio queste parole affinché la scelta possa giungere a chiunque senta di vivere in un mondo offuscato, ove la verità è nascosta in favore di una menzogna che chiamano giustizia, devozione, credo, rispetto del culto, unica vera via.
Possa ognuno trovare il suo cammino.

Khali Ymshalel
Ex-ministro per la preservazione del Culto Divino nel Regno Teocratico.



 
 



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